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Cervelli in fuga: Caterina Falleni

21/09/2012

Cervelli in fuga: Caterina Falleni-1

Quando il ministro Barca ha lanciato la sua proposta di 100 borse di studio per far tornare i così denominati “cervelli in fuga”, molti hanno pensato che non fosse ancora abbastanza. Troppo il gap che divide le nostre università da quelle oltre oceano, troppi i compromessi che un ricercatore deve fare per lavorare nel nostro paese.

Qualche giorno fa il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo sulla storia di Caterina Falleni, appena 23 anni, e già proiettata verso un futuro fuori dall’Italia. Caterina, malgrado la giovane età ha viaggiato molto: un internship a Rotterdam, un programma di studio Erasmus in Finlandia e un progetto di collaborazione come interior designer e fotografo in Tanzania. Proprio in Africa ha avuto l’idea che le ha fatto vincere una prestigiosa borsa di studio presso la Singularity University della NASA.

Il nome del progetto in sviluppo è Freijis e potrebbe rivoluzionare la vita di molte persone: un frigorifero che funziona senza l’ausilio della corrente elettrica.

“L’idea mi è venuta in Africa studiando alcune strutture fatte con materiali porosi come il fango o la terracotta. – ha racconato al FattoQuotidiano – Strutture che utilizzano il processo chiamato evaporative cooling, lo stesso per il quale la temperatura nel nostro corpo si abbassa nel momento in cui avviene la sudorazione. Ho associato questa tecnologia con dei materiali che si chiamano PCM. Così è nato Freijis”

Il progetto non è importante solo per utilizzi più “banali”, come la conservazione del cibo, ma soprattutto per quella dei medicinali.

Alla domanda se continuerà a sviluppare la sua idea in Italia Caterina ha storto il naso: “Devo finire l’Università, ma conto di tornare in California per sviluppare il mio progetto. Forse potrei farlo anche a casa mia, ma sarei più frustrata perché incontrerei enormi difficoltà che rallenterebbero il mio lavoro”

Caterina è rimasta molto affascinata dal diverso ambiente che ha trovato negli Stati Uniti, un approccio che va al di là della mera differenza di budget delle università americane: ”Il primo giorno in un’università italiana il direttore ha salutato gli studenti con queste parole: ‘Ragazzi, guardatevi intorno perché il 70 per cento di voi non riuscirà a passare l’anno’. Stessa scena in America, solo che il capo dell’istituto ha esordito dicendo: ‘Ragazzi se siete qui è perché siete i migliori, siete forti e siete il futuro. Guardatevi intono perché le relazioni che stringete adesso vi accompagneranno e vi sosterranno per tutta la vita’”

La differenza più grande Caterina l’ha trovata nella facilità con cui è stata in grado di presentare idee e trovare persone in grado di ascoltarla: “A Livorno, prima di partire avevo provato a bussare alle porte della Provincia, della Regione, per cercare di coinvolgerli in quest’avventura americana, ma ho trovato enormi difficoltà, tanta diffidenza e poca trasparenza. In California ho cenato con i fondatori di Google Earth e improvvisato con loro sedute di brainstorming davanti ad una bistecca con ai piedi un paio di infradito.”

L’approccio informale è stato spesso al centro di polemiche anche negli Stati Uniti dove la Singularity University (che si mette in aperta competizione con il metodo di insegnamento tradizionale) è stata anche accusata di accogliere nei suoi corsi star che poco hanno a che fare con il mondo scientifico: attori, milionari e imprenditori in cerca della Next Big Thing. Ad oggi il sistema sembra però funzionare e le università di tutto il mondo non possono più ignorare una realtà che sta già attirando studenti da ogni parte del pianeta.

Foto: Blog di Caterina Falleni