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Fuga dei cervelli e finanziamenti: l’Italia non è ancora un Paese per i ricercatori

03/01/2013

Fuga dei cervelli e finanziamenti: l’Italia non è ancora un Paese per i ricercatori-1

Solo il 6%, su un totale di circa 3000 finanziamenti concessi dall’Erc a partire dal 2007, è stato destinato a ricercatori attivi presso istituzioni pubbliche e private italiane nelle discipline delle scienze naturali, fisiche, sociali e umanistiche. E’ quanto emerge dalla Newsletter Dicembre 2012 dello European Research Council, l’istituzione comunitaria che eroga finanziamenti in tutti i campi del sapere partendo da criteri meritocratici, con commissioni di altissimo profilo reclutate in tutto il mondo. I dati dell’Erc permettono di confrontare le performance accademiche dell’Unione Europea rilevando le eccellenze.

La neswletter dedica al caso italiano un focus particolare: il nostro Paese, con il suo 6%, cioè 190 progetti per un totale di 425 milioni di euro, si piazza infatti al sesto posto, poco prima della Spagna e poco dopo la Svizzera e l’Olanda, che però sono nazioni la cui popolazione è di gran lunga inferiore a quella italiana. Le prime tre posizioni, con numeri ben più consistenti, sono occupate invece da Gran Bretagna (quasi 700), Germania e Francia (entrambe ottengono più di 400 progetti finanziati). E’ chiaro quindi che l’Italia non ne esce benissimo.

Altro aspetto di cui bisogna tenere conto nell’analisi è la nazionalità della host institution, cioè dell’istituzione accademica che il ricercatore sceglie per svolgere la propria ricerca, perché consente di rilevare la capacità di un Paese di attrarre studiosi brillanti. Si nota quindi che un terzo degli assegni attribuiti all’Italia va a ricercatori che svolgono le loro attività di ricerca al di fuori dei confini nazionali, mentre sono solo 20 i grant stranieri che lavorano nel nostro Paese.

Questo significa che di ricercatori italiani eccellenti ce ne sono diversi, ma le nostre università producono poca ricerca eccellente. Per dirlo con le stesse parole della presidente dell’Erc Helga Nowotny, ci sono “molti ricercatori italiani brillanti che vanno all’estero, ma pochi scienziati stranieri che vengono in Italia”.

Il dato è confermato dal Rapporto Istat “Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente”, secondo cui negli ultimi 10 anni, dal 2002 al 2011, è quasi triplicato in numero dei giovani laureati italiani che ha lasciato il Paese verso mete più attraenti come appunto la Germania, la Svizzera, il Regno Unito e la Francia, mentre è diminuita l’emigrazione italiana classica, cioè quella fatta della manodopera con appena la licenza media.

Un’emorragia di risorse frutto di anni di sconsiderate politiche di non-investimenti nella ricerca che il nostro Paese non può più permettersi: quanto prima bisogna invertire la tendenza, ricominciare a scommettere sul futuro e l’innovazione scientifica in tutti i campi del sapere, riscoprirsi internazionali agevolando la permanenza o l’arrivo di ricercatori nei nostri laboratori e nelle nostre università.