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I diritti alla fine della vita

10/10/2012

I diritti alla fine della vita-1

Fra meno di un mese lo Stato del Massachusetts voterà se approvare il cosiddetto Death with Dignity Act che stabilisce che un medico può prescrivere i farmaci per permettere ad un paziente terminale di porre fine autonomamente alla propria agonia. Questa opzione negli Stati Uniti è già legge dal 1998 nello stato dell’Oregon, e dal 2009 in quelli di Washington e Montana. E’ una pratica distinta dal “suicidio assistito” che è legale, per esempio, in Svizzera, e che prevede il coinvolgimento attivo del medico. Ed è diversa dall’eutanasia, che ad oggi è legale solo in Olanda, Belgio e Lussemburgo (modifiche legislative sono in discussione in Canada). I cittadini di Boston e dintorni, il 6 novembre decideranno se adottare ciò che viene definito “aid-in-dying”.

Il dibattito sul fine vita, negli USA, è iniziato a metà degli anni ’70, con il caso di Karen Ann Quinlan, per approdare quindici anni più tardi al Patient Self-Determination Act che dopo una sentenza della Corte Suprema è stato emanato nel 1990. In quegli anni l’opinione pubblica si divise a lungo sulla vicenda di Nancy Cruzan, una giovane donna dal destino drammaticamente simile a quello di Eluana Englaro. Il risultato fu l’introduzione dell’obbligo, tuttora vigente per le strutture ospedaliere che ricevono fondi federali (praticamente tutte), di fornire ai pazienti informazioni dettagliate sui loro diritti e di richiedere le loro indicazioni in tema di direttive anticipate di trattamento. Nella pratica quotidiana, ad ogni ammalato ricoverato in un ospedale americano viene chiesto quali terapie desidera ricevere o rifiutare nel caso diventi incapace di intendere e di volere e chi dovrà decidere al posto suo.

Si parla sempre di quali terapie possono essere sospese alla fine della vita, ma è doveroso anche riflettere sulla condizione di quei pazienti che non hanno trattamenti da interrompere. Un esempio: un malato terminale di cancro al polmone può aver bisogno di un ventilatore meccanico che può essere rifiutato e staccato. Un paziente affetto da cancro al pancreas, invece, pur trovandosi nella stessa drammatica condizione di estrema sofferenza e con la stessa infausta aspettativa, potrebbe non avere terapie da sospendere o macchinari da staccare. La domanda che si pongono adesso negli USA è: hanno entrambi il diritto di abbreviare le proprie sofferenze? Oppure non lo hanno?

E’ a questo tipo di ammalati terminali che si rivolge la legge che sta per essere votata anche in Massachussetts. Nel dettaglio la proposta di legge riguarda, come già avviene in Oregon, solo soggetti maggiorenni ai quali è stata prospettata un’aspettativa di vita inferiore ai 6 mesi e le cui condizioni psichiatriche siano state accertate. Da quando è entrata in vigore fino al 2011, in Oregon è stata applicata a 596 pazienti (1 su 500 dei decessi registrati nello Stato), quasi tutti casi di tumore metastatizzato. Va sottolineato che la stragrande maggior parte delle richieste avanzate è stata respinta.

Le opinioni delle associazioni differiscono. L’American Medical Association è nettamente contraria, ma va ricordato che oggi rappresenta soltanto il 30% dei medici nel Paese. Altre società scientifiche, come l’American Medical Students Association, l’American Public Health Association e l’American Medical Women’s Association si sono invece pronunciate a favore della pratica della morte assistita.

Alla fine, la domanda da porsi è se sia giusto che sia lo Stato, un medico o un’istituzione a stabilire quanta sofferenza deve sopportare un paziente alla fine della propria vita.

Su questo argomento si è pronunciato anche il Cardinal Carlo Maria Martini, nel libro-dialogo firmato con Ignazio Marino. Trovi qui il capitolo su A chi appartiene la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I-Think segnala l’articolo della New York Review of Books a firma di Marcia Angell che ha ispirato questo post: http://www.nybooks.com/articles/archives/2012/oct/11/may-doctors-help-you-die/