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In difesa del diritto alla salute

28/11/2012

In difesa del diritto alla salute-1

Ieri il Presidente del Consiglio, intervenendo alla presentazione a Palermo del progetto del nuovo Centro per le Biotecnologie e la ricerca biomedica della Fondazione Rimed, ha lanciato un serio allarme sulle prospettive future del Sistema Sanitario Nazionale, affermando che il Paese potrebbe non riuscire più a garantirlo se non si trovassero “nuove modalità di finanziamento”.

Inevitabilmente le parole del Premier hanno scaturito nel mondo politico  un significativo allarmismo, giustificato, in gran parte, dalla non esaustiva chiarezza con cui Monti ha indicato le linee guida per risolvere il problema.

Il rischio di non poter sostenere le spese utili a garantire cure adeguate per tutti i cittadini è da tempo sotto gli occhi di tutti, quello che però lascia interdetti è la terminologia “nuove modalità di finanziamento” usata dal Presidente del Consiglio che potrebbe facilmente far pensare, da una parte a nuove e ulteriori tassazioni per i cittadini e dall’altra a un percorso di progressiva privatizzazione del servizio pubblico.

Il  tema della sostenibilità del nostro sistema sanitario rappresenta un elemento centrale per il futuro del Paese e deve essere affrontato con tempestività ed efficacia, nella consapevolezza di dover, indiscutibilmente, difendere il principio sancito dalla Costituzione che individua nella tutela della salute un diritto fondamentale dell’individuo.

Forse, allora, più che pensare a nuove forme di finanziamento o a insinuare il rischio di insolvenza, sarebbe più utile e giusto parlare e strutturare una seria politica di razionalizzazione della spesa e di riduzione degli sprechi, che ormai da troppo tempo caratterizzano la nostra sanità, accompagnata da una miglior allocazione delle risorse.

Nel luglio di quest’anno il rapporto annuale dell’OCSE dedicato all’analisi dei sistemi sanitari nazionali metteva in evidenza alcune carenze strutturali del nostro Paese. 3,7 medici attivi ogni 1.000 abitanti, superiore dello 0,6 rispetto alla media OCSE del 3,1 e 6,3 infermieri, meno, e in modo significativo, della media generale pari al 8,7. Un sistema italiano caratterizzato, quindi, da una “sovrabbondanza di medici e da una carenza di infermieri, con la conseguenza di un’inefficiente allocazione delle risorse”.

A questo sempre l’OCSE aggiungeva i dati relativi ai posti letto d’ospedale, pari a 2,8 per 1000 abitanti, al di sotto della media OCSE e in costante contrazione, anche per l’eccessiva pratica di ricorrere a ricoveri inappropriati per interventi chirurgici programmati.

Una situazione di indubbia difficoltà del nostro sistema sanitario, accentuata in modo significativo da uno sperpero eccessivo dei soldi pubblici, determinato, in particolar modo, dalla mancata applicazione dei costi standard che comporta delle sperequazioni, nelle diverse realtà territoriali, ormai non più sostenibili.

Il quadro che emerge presenta, indubbiamente, notevoli criticità ma nonostante tutto è utile ricordare che il nostro Sistema Sanitario rappresenta un modello che ci pone nel mondo come un Paese caratterizzato da un alto grado di democrazia e civiltà. Un modello che si iscrive all’interno del più ampio concetto di welfare sociale europeo che da sempre ha caratterizzato il vecchio continente.

Risulta, quindi, alquanto stridente che nel momento in cui anche gli Stati Uniti, con la riforma sanitaria di Obama, si avvicinano al modello assistenziale europeo, l’Italia sembra andare nella direzione opposta, aprendo all’ipotesi di una privatizzazione del sistema sanitario.

In tal senso, il nostro invito a tutti partiti, che si apprestano alla campagna elettorale, è di mettere al centro della loro proposta un serio programma politico che affermi con forza e senza indugi la difesa del diritto alla salute per tutti.