http://i-think-italia.it/category/magazine/dirittialfuturo/

Legge 40: l’occasione persa del Governo Italiano

04/12/2012

Legge 40: l’occasione persa del Governo Italiano-1

Venerdì 28 novembre scadevano i termini per presentare ricorso contro la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo che si era pronunciata a favore di una coppia di Cagliari, fertile ma portatrice sana di fibrosi cistica, a cui era stata preclusa la possibilità di effettuare la diagnosi preimpianto sull’embrione nell’ambito del procedimento di procreazione assistita.

La Corte Europea ha giudicato “incoerente” l’Italia poiché con la legge 40 vieta la possibilità di una diagnosi preimpianto, a coppie fertili ma portatrici di una malattia genetica. In questo modo si impedisce alle coppie di sapere se l’embrione è sano o malato, con l’enorme controsenso che permette, invece, attraverso la legge 194, la possibilità di aborto terapeutico del feto in caso di malattia genetica.

Una legge che, secondo la Corte, sarebbe in contrasto con un’altra norma dello Stato, la 194/78, e in aperta violazione degli articoli 8 e 14 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo che sanciscono, invece, il diritto al rispetto della vita privata e familiare e il divieto di fare discriminazioni.

La sentenza della Corte, se non appellata, avrebbe costituito un’importante precedente a cui la giurisprudenza italiana avrebbe potuto rifarsi costringendo al contempo il Governo italiano a colmare le incongruenze evidenziate.

E invece, nell’ultimo giorno utile – provando a far passare tutto sotto silenzio – il Governo ha deciso di appellare la sentenza, con motivazioni non in difesa della validità della legge, bensì finalizzate a ottenere un “necessario chiarimento giurisprudenziale”.

Le legge 40 non è nuova a sentenze della magistratura, infatti, dal 2004 ad oggi è stata oggetto di ben 19 sentenze che ne hanno, di fatto, stravolto il senso confermandone,  al contempo, i numerosi limiti.

Tra queste è necessario ricordare l’importante pronunciamento della Corte Costituzionale nel 2009 che poneva rimedio a uno degli aspetti più discriminatori e antiscientifici della legge, cancellando l’articolo 3 che imponeva  l’obbligo di produrre al massimo tre embrioni e di impiantarli contestualmente.

Tale articolo, insieme alla parte riguardante il divieto della diagnosi preimpianto, evidenziava, ed evidenzia a tutt’oggi, la profonda matrice ideologica della legge, basata sulla considerazione dell’embrione come persona umana già formata. Contraddicendo in questo gli indirizzi della stessa Corte Costituzionale che con la sentenza 25/75 aveva affermato la “non equivalenza tra il diritto alla vita e alla salute di chi è già persona rispetto ai diritti di chi persona deve ancora diventare”.

Un’impostazione che lasciava, e lascia, in grosse difficoltà sia il medico, nello scegliere in modo autonomo e secondo criteri scientifici il trattamento più adeguato a seconda dei casi, che il paziente, impossibilitato nel vedersi applicato l’intervento più efficace a risolvere la sua patologia.

Spiace quindi constatare che il Governo Italiano, impegnato quotidianamente a evidenziare l’importanza e la necessita dell’Europa, e attento e solerte a recepirne le indicazioni in materie economiche, non abbia fatto altrettanto in materia di diritti, contribuendo a tenere in vita una legge che pone l’Italia in una posizione di indiscussa arretratezza rispetto agli altri paesi europei sul tema della procreazione assistita.