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Nuove prospettive per la lotta all’epatite C

03/10/2012

Nuove prospettive per la lotta all’epatite C-1

Ogni anno in Italia muoiono fra le 10 e le 20 mila persone a causa della cirrosi e del tumore epatico e si eseguono più di mille trapianti di fegato di cui almeno la metà a causa di una insufficienza epatica terminale dovuta proprio al virus dell’epatite C (HCV). In Europa siamo il Paese con il più alto numero di malati legati a questa infezione. E pensare che molti casi restano non diagnosticati, visto che il numero di pazienti in cura è circa il 2% del totale delle infezioni croniche, che ammontano a oltre 1,2 milioni di persone. È possibile essere in uno stadio avanzato di malattia e non saperlo, quindi ricorrere troppo tardi a quelle cure che potrebbero salvarci la vita.

L’alta incidenza di infezioni, in Italia, ha caratteristiche particolari: deriva dalla coorte di soggetti che sono entrati in contatto con il virus nei decenni scorsi, soprattutto prima degli anni ’90 quando il virus dell’epatite C non era ancora stato identificato e la malattia veniva chiamata epatite non-A e non-B. La tossicodipendenza, trasfusioni e rapporti sessuali a rischio, ma anche trattamenti estetici come piercing e tatuaggi, effettuati in condizioni igienicamente non idonee, rappresentano i maggiori fattori di rischio. A questi, negli ultimi anni, si deve aggiungere il contatto con persone immigrate da regioni come l’Africa e il Mediterraneo Orientale, dove purtroppo la prevalenza delle infezioni da virus epatitici è particolarmente elevata.

Il numero di pazienti con epatite cronica in Italia varia anche per area geografica ed età, andando in controtendenza rispetto alle caratteristiche del resto d’Europa. Raggiunge infatti punte particolarmente elevate nella popolazione anziana del Sud. In Campania, per esempio, muoiono sette persone ogni ventiquattro ore, stroncate dalla cirrosi epatica o dal tumore al fegato. I dati forniti dall’Istat descrivono una realtà sanitaria drammatica e peculiare, che pone le nostre regioni meridionali stabilmente ai primi posti, in Italia e in Europa, per numero di casi di epatite C e per mortalità legata alle malattie epatiche, con centinaia di migliaia di pazienti in pericolo di vita.

Le epatopatie incidono sensibilmente sulle somme che le Regioni devono investire nella sanità ospedaliera e territoriale. Anche dal punto di vista economico, quindi, i numeri indicano l’importanza e l’onerosità delle malattie epatiche per il Sistema sanitario nazionale.

Per tutti questi motivi dovremmo essere più attivi di altri nel predisporre misure volte a limitare i danni che la malattia produce in ambito sanitario, sociale ed economico. Appariva quindi del tutto ingiustificato finora il grave ritardo del Ministero della Salute e dell’Aifa nell’autorizzare l’uso di due farmaci innovativi, inibitori della proteasi, che possono addirittura raddoppiare la possibilità di guarigione con tassi di risposta vicini all’80% (rispetto al 40% assicurato dalle terapie attualmente disponibili nel nostro Paese). Soprattutto per i pazienti più problematici, come i trapiantati di fegato con recidiva aggressiva da epatite C, o coinfettati da HIV, il fattore tempo è fondamentale e ogni ritardo allontana la speranza di guarigione. A breve, però, i farmaci saranno finalmente disponibili anche nei nostri ospedali.

L’allarme per quella che a tutt’oggi è una epidemia insidiosa e silenziosa è da tempo in atto in Paesi che hanno caratteristiche epidemiologiche meno preoccupanti del nostro e che hanno autorizzato prontamente la commercializzazione delle nuove molecole. I due farmaci (Telaprevir e Boceprevir) sono disponibili già dal 2011 in nazioni che hanno una prevalenza dell’infezione assai più bassa dell’Italia: in Germania, Francia, Scandinavia, Inghilterra, Olanda, Austria, Canada.

E anche negli Stati Uniti dove è stata appena lanciata una campagna di sensibilizzazione a cura dei Centers for Disease Control and Prevention, mirata alla popolazione dei baby boomers ossia le persone nate fra il 1945 e il 1965 che là raccolgono il 75% dei casi di epatite C, pur rappresentando soltanto il 27% della popolazione complessiva. Il rischio di aver contratto il virus per questo gruppo è cinque volte più alto che per altre fasce di età ma la consapevolezza resta pericolosamente bassa. Secondo le autorità sanitarie americane, la nuova campagna permetterà di identificare ben 800 mila nuovi casi. Si calcola infatti che circa il 3% dei baby boomers possa risultare positivo al test. Per questo sono necessari esami di verifica. L’invito a sottoporsi alle analisi necessarie mira a ridurre il numero di morti causate ogni anno dal virus HCV: 15 mila nel 2007, un numero che dovrebbe far riflettere le nostre autorità sanitarie poiché è assimilabile al dato italiano seppure riferito ad un territorio molto più esteso e popoloso del nostro.