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Ricerca UE: l’integrazione tra i paesi resta ancora bassa

15/02/2013

Ricerca UE: l’integrazione tra i paesi resta ancora bassa-1

La ricerca targata Ue muove timidi passi sul fronte dell’integrazione. Lo sostiene uno studio condotto da Massimo Riccaboni e i suoi colleghi dell’Institute for Advanced Studies (IMT) di Lucca, il cui resoconto è pubblicato sulla rivista “Science”.

A 13 anni dal lancio dell’iniziativa European Research Area (ERA) durante il Consiglio Europeo di Lisbona, che mise a punto il piano di sviluppo economico per il periodo 2000-2010, l’IMT di Lucca ha provato a fare una stima del livello di integrazione della ricerca europea localizzando coloro che fatto richiesta di brevetto, gli autori delle pubblicazioni scientifiche e gli istituti cui fanno riferimento.

La ricerca è di tipo quantitativo: sono 2,4 milioni le richieste pervenute tra il 1986 e il 2010 all’Ufficio brevetti europeo (EPO) e 260.000 record bibliometrici raccolti dalla Thomson ISI Web of Science per il periodo 1991-2009. I ricercatori dell’IMT si sono concentrati sulla fase che va dal 1995 a oggi e hanno georeferenziato i dati elaborando 5 reti, analizzate sia dal punto di vista dell’estensione territoriale, sia da quello della loro evoluzione nel tempo. Sono state ricostruite le reti di ‘coautoraggi’ nei brevetti e nelle pubblicazioni scientifiche, misurando dove sono localizzati gli autori che lavorano insieme; poi sono state considerate le citazioni di altri lavori o brevetti. La quarta rete è quella dei co-assegnatari dei brevetti, ovvero degli istituti coinvolti, mentre la quinta misura la mobilità degli inventori.

Ciò che è emerso è che le reti – ad eccezione di Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo che mostrano integrazione nell’area del Benelux, e di Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia entro la Scandinavia – rimangono essenzialmente entro i confini nazionali. Il dato è molto significativo se confrontato con il sistema statunitense che è molto più integrato. Inoltre, negli anni l’Europa ha fatto registrare una crescita nel livello di collaborazione del tutto in linea con quello degli altri Paesi dell’area Ocse, il che lancia immaginare che gli incentivi abbiano contribuito in minima parte al fenomeno.

Insomma, non è ancora quello cui l’Unione Europea ambiva: i dati dimostrano che la validità delle politiche europee fin ora messe in campo non è stata massima. Le misure del 2000 si concentravano su finanziamento diretto, incremento della mobilità di conoscenze e risorse umane, e politiche per accelerare l’innovazione, ma osservando i dati è chiaro che gli incentivi non hanno sortito tutto l’effetto desiderato: ecco perché l’Unione Europea è corsa ai ripari soprattutto sul fronte della mobilità introducendo ad esempio la portabilità dei grant, che garantisce a un ricercatore di usufruire di una borsa anche trasferendosi in un altro istituto. Ma molto va ancora fatto sul fronte della trasparenza dei dati e delle pubblicazioni realizzate che permetterebbe l’ampliamento delle reti di ricercatori e il consolidamento di un approccio collaborativo alla ricerca a tutto vantaggio della qualità finale dei lavori prodotti.