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Scuola digitale: una sfida culturale e tecnologica

12/12/2012

Scuola digitale: una sfida culturale e tecnologica-1

Nei giorni scorsi un interessante dialogo sul quotidiano La Repubblica tra Franco Lorenzoni, un insegnante da anni impegnato in progetti interculturali e di integrazione, e il Sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, ha fornito un nuovo spunto di riflessione sulla scuola italiana del futuro e in particolare sugli strumenti pedagogici e didattici che essa dovrebbe utilizzare per formare i più giovani nell’era di Internet.

Il prossimo 18 dicembre scadono infatti i termini per la conversione in legge del decreto “Digitalia” in cui il Governo, tra le altre cose, impone a partire dal 2013/14 a tutte le scuole superiori (e poi dal 2014/15 alle scuole primarie e secondarie) l’adozione di testi di studio in formato digitale o misto, obbligando la scuola all’acquisto di tablet per le famiglie disagiate.

Proprio dall’introduzione di questa norma, prende vita l’appello-provocazione di Lorenzoni  a tenere libere da pc ed e-book  le scuole dell’infanzia e le prime classi delle primarie. A fronte di una diffusione “invadente” della tecnologia nella vita di tutti i giorni, Lorenzoni propone di evitare – almeno a scuola – l’eccessiva esposizione tecnologica dei più piccoli, a favore di un approccio formativo basato sul contatto diretto con la realtà, tra alunno e insegnante e tra alunno e alunno, sui tempi lunghi e meditati, sulla capacità di prestare ascolto e attenzione.

La risposta del sottosegretario Rossi Doria riesce tuttavia a svelare la natura provocatoria di tale appello. La scuola italiana del futuro deve infatti vincere la sfida della mediazione tra tradizione e innovazione, partendo dalla capacità degli insegnanti di sperimentare nella realtà quotidiana, e guardando alla tecnologia senza timore, come opportunità.

E’ utile ricordare che, secondo il rapporto 2012 sull’infanzia di Save the Children, in Italia ci sono più di 300mila under 18 “disconnessi culturali”: ragazzi e ragazze che nell’ultimo anno non hanno fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro. Il 33% di loro non ha accesso alla rete, soprattutto al Sud. Una popolazione di giovanissimi che esperisce solo parzialmente la realtà e non può conoscerla neppure virtualmente, e che al confronto con i nativi digitali scopre di avere un importante gap tecnologico che la scuola ha l’obbligo di colmare, esaltando la sua storica vocazione compensativa e contribuendo all’alfabetizzazione informatica dei suoi alunni.

In una simile sfida entrano però in gioco anche fattori ambientali e infrastrutturali che non possiamo dimenticare. La banda larga, soprattutto nel Mezzogiorno, ha ancora una ridotta capacità di penetrazione nelle scuole e nelle abitazioni: ne deriva che il 51,1% dei cittadini italiani non ha accesso alla rete, la domanda di servizi resta bassa e l’esclusione sociale aumenta. Un’introduzione graduale delle novità diventa quindi necessaria per consentire agli istituti scolastici di adeguarsi, così come hanno bisogno di tempo per aggiornare la propria offerta le case editrici che ad oggi devono all’editoria scolastica il 20% dell’intero giro d’affari del mercato dei libri in Italia.

L’Italia quindi deve necessariamente colmare il gap culturale e tecnologico che ha nei confronti degli altri paesi, investendo nell’innovazione tecnologica e, al contempo, sostenendo adeguatamente il mondo della scuola anche attraverso una rivalutazione del ruolo dell’insegnante. Politiche strutturali e lungimiranti che tengano insieme cultura e innovazione tecnologica rappresentano il primo passo per rendere il paese più competitivo e per prepararlo al meglio alle sfide del domani.