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Un oceano di plastica

13/07/2012

Un oceano di plastica-1

Nell’oceano pacifico approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord c’è un luogo chiamato Pacific Trash Vortex. Frenate gli entusiasmi, non è un parco acquatico. Nulla di tutto ciò. Si tratta di un enorme accumulo di spazzatura galleggiante. La sua formazione è dovuta all’incontro di varie correnti oceaniche che creano una zona “stabile” dove i rifiuti rimangono incastrati.
La quantità di spazzatura presente in questi vortici (ne esistono vari) è ancora oggetto di studio, ma secondo alcuni potrebbe variare tra i 700’000 chilometri quadrati e i 15 milioni di chilometri quadrati (per capirci uno spazio variabile tra la superficie della Spagna a quella degli Stati Uniti). La difficoltà nello stilare un dato certo è dovuta al continuo movimento di questi residui e alla presenza delle così dette plastiche pelagiche, quei rifiuti più piccoli che si vanno a depositare sotto la superficie dell’acqua e che risultano praticamente invisibili all’occhio umano. La plastica pelagica è anche la più pericolosa per le forme di vita presenti nell’oceano.
A differenza degli oggetti biodegradabili, la plastica è soggetta a un processo di fotodegradazione in cui può raggiungere lo stato di polimero, una particella apparentemente simile allo zooplancton di cui si nutrono molti esseri viventi tra cui le meduse e altri pesci di piccole dimensioni. Ingerire queste particelle (spesso portatrici di pesticidi e altri agenti inquinanti) può non uccidere fisicamente l’animale, ma può fare qualcosa di ben peggiore: entrare nella catena alimentare, di fatto aumentando il suo raggio di infezione in maniera esponenziale. Quasi il 10 percento dei pesci analizzati presenta tracce di plastica nel loro organismo.

Il 23 febbraio 1960, Jacques Piccard e Don Walsh, a bordo del sottomarino Trieste, arrivarono a toccare il fondo della Fossa delle Marianne a oltre 11 mila metri di profondità. In questi 50 anni ci siamo forse dimenticati quanto l’oceano sia per noi importante. Come ricorda spesso Sylvia Earle (oceanografa vincitrice del Ted Prize nel 2009) “If the ocean it’s not healthy, we are not healthy”.
Fonte immagine: Flickr