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WCIT-12 : nello ‘scontro’ tra diritti la governance di Internet diventa protagonista

13/12/2012

WCIT-12 : nello ‘scontro’ tra diritti la governance di Internet diventa protagonista-1

Si conclude domani la World Conference on International Telecommunications di Dubai. Si tratta di un importante appuntamento annuale organizzato dalla Itu, l’agenzia dell’Onu che si occupa delle International Telecommunication Regulations, cioè gli standard e le regole per la gestione e l’uso della Rete. Il WCIT-12 è stato però segnato ancora prima della sua apertura da polemiche e mobilitazione: alcune proposte infatti hanno creato allarmismo perché fortemente connesse al tema della libera circolazione delle informazioni e della sicurezza nazionale .

Al centro di tutto il ruolo dell’Icann. Quest’ente internazionale, legato da un contratto di gestione di Internet al Dipartimento del Commercio Estero statunitense, è responsabile del sistema dei nomi a dominio (DNS): garantisce che ogni indirizzo sia unico e che tutti gli utenti di Internet siano in grado di trovare tutti gli indirizzi validi. Diversi Stati membri dell’Itu, come Russia, Cina e Arabia Saudita, vorrebbero che il controllo del Domain Name System passasse dall’Icann – e quindi dagli Stati Uniti – all’Itu che, essendo un’agenzia Onu, consentirebbe loro di avere peso determinante nella governance della Rete. Il passaggio di competenze all’Itu è sponsorizzato anche dalle compagnie telefoniche che vorrebbero poter presentare alla grandi web company il conto dell’uso – ad oggi a costo zero – delle loro infrastrutture per la diffusione dei contenuti agli utenti finali.

L’allarme deriva dalla diversa natura di Icann e Itu: se il primo è no profit e multistakeholder, nel secondo ad avere diritto di voto sono solo i governi, escludendo aziende, tecnici e cittadini che contribuiscono alla costruzione della Rete e la utilizzano. Se è vero che manca una totale trasparenza nel funzionamento dell’Icann, un simile cambiamento darebbe ai governi la facoltà, mossa da motivazioni di carattere economico e mascherata dall’istanza della sicurezza nazionale, di controllare, oscurare e quindi censurare. E’ questa anche la posizione di Stati Uniti e Europa che appoggiano le web company (si segnala la campagna di sensibilizzazione di Google) e si appellano all’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani secondo cui tutti hanno il diritto alla libera espressione di opinioni “attraverso qualsiasi media”. Ridefinire la tariffazione del traffico on line inoltre genererebbe un sistema in cui gli operatori delle telecomunicazioni possono variare le tariffe in base al volume di traffico generato, a tutto svantaggio della neutralità della Rete.

Simili proposte per diventare efficaci dovrebbero essere approvate all’unanimità dai 193 membri della conferenza e, siccome vanno a modificare trattati internazionali, andrebbero ratificate dai Parlamenti di ogni Paese membro. Un iter lungo e improbabile, ma la sua complessità non deve far abbassare la guardia rispetto a dinamiche censorie che caratterizzano sempre più l’approccio alla Rete degli Stati-canaglia, alla ricerca di luoghi istituzionali in cui vedere affermato il loro istinto liberticida. Sono già 42 infatti i Paesi che per assicurare stabilità politica, sicurezza nazionale o la salvaguardia dei valori tradizionali, filtrano i contenuti, censurano e quando l’informazione che viene veicolata diventa scomoda, spengono Internet sul loro territorio, come accaduto di recente in Egitto, Tunisia, Libia e Siria.