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World happiness report, nella geografia della felicità non esistono isole

23/01/2013

World happiness report, nella geografia della felicità non esistono isole-1

Si può misurare la felicità? Secondo il World Happiness Report, primo rapporto mondiale sulla felicità, sì. Lo studio, presentato nell’aprile 2012 alle Nazioni Unite da un gruppo di ricercatori dell’Earth Institute della Columbia University, venerdì 18 gennaio è stato al centro della lectio magistralis “La geografia della felicità” al Festival delle Scienze di Roma.

L’ombelico del mondo, stando ai dati raccolti nel WHR, è rappresentato dal Nord Europa. Nella piccola Danimarca, in Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi, il benessere individuale fa segnare un valore medio pari a 7.6 su 10. Il nostro Paese si colloca al 28esimo posto (la Germania è 30esima), subito dopo Brasile, Arabia Saudita e Porto Rico. Risultati migliori per gli Stati Uniti (11esimi), la Francia e l’Inghilterra.  Fanalino di coda invece gli Stati dell’Africa sub-sahariana (Togo, Benin, Repubblica Africana Centrale, Sierra Leone), dove il punteggio scende a 3.4 punti su 10.

Per misurare la felicità il rapporto ha analizzato i risultati di quattro diversi studi (il Gallup World Poll, la World Values Survey, la European Values Survey e la European Social Survey) che hanno interrogato campioni di abitanti di ogni nazione del mondo chiedendo di quantificare il loro livello di soddisfazione. Tre le questioni fondamentali emerse.

Innanzitutto, anche se è presente una certa correlazione tra Pil e livelli di soddisfazione, non necessariamente ricchezza corrisponde a benessere perché per quantificare la felicità bisogna valutare l’efficacia delle politiche sociali ed economiche sulla qualità della vita. La seconda sorpresa è che i Paesi più felici sono, come nel caso della Danimarca, anche quelli con il più alto tasso di suicidi. Sembrerebbe un controsenso: in realtà il fenomeno si spiega ipotizzando che le persone più insoddisfatte si sentano sole e depresse laddove il resto della popolazione si dichiara felice. Terzo punto, alla base della felicità c’è una buona rete sociale: infatti, nonostante la disuguaglianza nella distribuzione del benessere economico, tipica dei Paesi “felici”, il 95% delle persone vive più sereno per la consapevolezza di poter contare nei momenti difficili su qualcuno.

Potremmo parafrasare i risultati della ricerca con Thomas Merton e il suo saggio “Nessun uomo è un’isola”: occuparsi di più degli altri perché il benessere è contagioso, ridare centralità ai rapporti umani, riscoprire generosità e responsabilità nella cura di se stessi e del mondo in cui ci si trova può aiutare ad accrescere la nostra soddisfazione. Mentre l’economia è in dilagante recessione e la disoccupazione aumenta così come i suicidi, diventa vitale investire sulla salute e il benessere della popolazione destinando risorse alla tutela mentale delle persone. Disturbi come lo stress, l’ansia e la depressione oltre a portare sofferenza generano ulteriori problemi di salute e comportano spese notevoli per le cure. Recuperare politiche sociali con una progettualità che sappia di umanità può aiutare a creare una community di persone che agiscono per creare benessere spirituale oltre che materiale.